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Blog

Ti amo più del mondo, Mami.

Mia mamma è mancata pochi mesi fa e mi manca come l’aria.

Lei era logopedista come me, abbiamo fatto pratica insieme, io ho cominciato l’università quando lei si era appena diplomata.

Molto spesso curioso nelle sue cose, la cerco in ogni oggetto e in ogni odore.

Pochi giorni fa ho trovato questo scritto intitolato “LETTERA AL MINISTERO PER LA DISLESSIA” (credo desiderasse la sua esistenza…), lo riporto così com’è.

Risale al periodo antecedente alla Legge 170/2010 che voleva originariamente tutelare i bambini dislessici ma che poi, a mio avviso, ha solo raccolto e raccoglie tutt’oggi risultati ancora più nefasti.

Mia mamma di seguito denuncia un sistema che penalizza il bambino a scuola, quel sistema che ancora portava qualche insegnante a reputarlo stupido, svogliato o pigro (e glielo comunicava con disprezzo).

Lo voglio inserire nel mio blog, perché per me è come averla anche qui, la vorrei ovunque e lei oltretutto ne sarebbe felice.

 

LETTERA AL MINISTERO PER LA DISLESSIA

Sono una logopedista milanese, lavoro in questo ambiente da circa quindici anni, di cui sei presso il Servizio di Logopedia dell’Università di Milano facendo parte della sua equipe. In questi ultimi anni ho condotto ricerche e studi specifici sulla dislessia.

Ho messo a punto un protocollo terapeutico e uno strumento di valutazione sulla memoria a breve termine, funzione neuropsicologica implicata in tutte le elaborazioni cognitive, dunque fondamentale nell’area linguistica che investe la lettura, di conseguenza la scrittura e la comprensione.

Da tanti anni prendo in carico bambini cosiddetti dislessici e collaboro con le scuole frequentate dai miei pazienti.

Il problema è complesso e polimorfo, si manifesta in ogni bambino con livelli differenti.

Vivo a contatto con una realtà in cui la disinformazione da parte di tanti insegnanti, direttori didattici, medici e psicopedagogisti ha proporzioni gravissime. Tanti insegnanti messi a conoscenza dallo specialista delle caratteristiche del problema e come poterlo affrontare mostrano disagio e una incapacità a gestire la situazione.

Si verificano disfunzioni comunicative a tutti i livelli: bambino, insegnante, specialisti, genitori.

Ad un certo punto l’insegnante si ripara in una strategia dell’evitamento nei confronti del bambino.

Secondo i criteri di valutazione in Italia esistono 1.500.000 dislessici. Questo dato è estremamente significativo perché non esiste una patologia con un impatto così rilevante sulla popolazione.

Come se non bastasse la dislessia non è affatto una patologia.

La dislessia è una condizione costituzionale che, a seconda della forma in cui si manifesta, produce conseguenze funzionali più o meno rilevanti. Da essa non si guarisce, perché non si tratta di una malattia; è possibile però cambiarne le caratteristiche con interventi di recupero appropriato. La terapia più utile è quella iniziata da una diagnosi precoce.

Il cervello è biologicamente implementato e non è possibile reimplementarlo nel corso dello sviluppo, non si può pensare di cambiarne le caratteristiche.

E’ un disturbo settoriale della lettura che si manifesta in un bambino privo di disturbi neurologici, privo di disturbi cognitivi, privo di disturbi sensoriali e privo di disturbi relazionali. Il disturbo della lettura si accompagna di solito a difficoltà nella scrittura e nei processi di lettura e scrittura del numero e del calcolo.

A scuola tale condizione è perlopiù fraintesa ed attribuita a svogliatezza, a instabilità, a difficoltà relazionali.

Gli insegnanti approdano spesso alla conclusione che il bambino avrebbe delle potenzialità, ma non vuole sfruttarle. La scuola non ha ancora gli strumenti per riconoscere un bambino con tali caratteristiche, gli insegnanti non sono stati formati per distinguere se i requisiti di un bambino normodotato sono adeguati per una buona acquisizione della lettura e della scrittura.

Gli istituti magistrali e le facoltà universitarie che preparano un individuo all’insegnamento gli forniscono nozioni, non competenze, o meglio, non forniscono competenze né sul cervello, né sull’animo del bambino.

L’insegnante non conosce la fisiologia delle funzioni cerebrali, eppure è chiamato a formare il bambino, in realtà molto spesso lo giudica soltanto.

La dislessia non è conosciuta nella scuola italiana, ultima anche in questo rispetto alla Francia, Inghilterra, Danimarca e Germania.

Poiché quando un bambino legge inverte e sostituisce le lettere, è spesso oggetto di irrisione e l’insegnante, che spesso non sa che si tratta di un bambino con un quoziente intellettivo superiore alla norma, lo abbandona nel suo inferno di mortificazione, lasciando che la propria ignoranza decida e scelga la qualità della vita dello studente ed, evidentemente, quella di tutta la sua famiglia.

La logopedista deve:

  • Ricostruirgli un’autoimmagine positiva
  • Fargli accettare la realtà circostante rappresentata purtroppo da una non-accettazione (il bambino in questo modo si trova a compiere nei confronti degli adulti un’operazione psicologica che i più grandi non sono in grado di compiere)
  • Fargli accettare il proprio passato infelice e convertirlo in energia reattiva.

Il lavoro logopedico non avrà possibilità di successo se non si basa su questi presupposti.

Ho descritto sinteticamente solo alcuni dei tratti più vistosamente tristi di un’attualità inaccettabile, purtroppo legittimata, che troppi bambini vivono ogni giorno in classe, nel duemila in Italia, in una Europa di fine secolo che ha una moneta unica e una banca centrale.

Gli strumenti con cui la scuola dovrebbe essere presente per uscire da un gravissimo oscurantismo medievale sono:

  • Iniziative di sensibilizzazione per insegnanti tramite: corsi di formazione e aggiornamento per insegnanti
  • Corsi di formazione per tutti gli operatori scolastici quali medici scolastici
  • Diffusione di approcci diagnosi standard
  • Diffusione di materiale divulgativo presso tutte le scuole mirate a offrire agli intenti punti di riferimento certo e qualificato, per ottenere le informazioni per una consulenza e un aiuto fine all’identificazione del problema e all’approccio riabilitativo e scolastico.