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Le smorfie dei bambini

AUTRICE: Dott.ssa Ludovica Turchetti

 

Le smorfie dei bambini rappresentano un codice di comunicazione ben preciso, laddove non arriva ancora la parola arriva la smorfia.

La mimica facciale rappresenta ciò che il bambino prova, i suoi sentimenti, le sue emozioni e le sue necessità.

Secondo credenze datate la smorfia è sinonimo di stupidità: NON FARE LO SCIOCCHINO, GUARDA CHE PASSA L’ANGELO E RIMANI PER SEMPRE COSI’ e chi ne ha più ne metta.

La smorfia è invece lo specchio di un’intelligenza notevole, di una bella sensibilità e di una gran voglia di esprimere tutto ciò che il bambino ancora non può rendere, infatti il suo linguaggio è ancora in evoluzione, quindi acerbo.

Più il bambino è piccolo più è sprovvisto della tecnica comunicativa, pertanto è spesso incapace di spiegarsi e di trasmettere ciò che vuole dire.

Fin da neonato la smorfia aiuta il genitore a comprendere se il figlio ha fame, è stanco o sofferente.

Man mano che cresce la parola riuscirà a riempire in maniera sempre più efficace l’incapacità di rendere i pensieri in linguaggio verbale.

Il bambino si esprime attraverso la smorfia relativamente alla capacità dell’adulto di coglierne il significato; saprà modularne le piccole e grandi differenze per definire in maniera sempre più marcata il messaggio che più precisamente vuole trasmettere.

Il compito dell’adulto è quello di tradurre una smorfia in cento concetti, laddove non può ancora arrivare il linguaggio verbale arriva la mimica del viso.

Solitamente il pianto rappresenta la manifestazione più estrema, significa infatti che i tentativi precedenti di comunicazione, per un motivo o per l’altro, non hanno funzionato.

La smorfia, da quella più accennata a quella più esasperata, rappresenta sempre un desiderio di contatto che, se colto, trova nel bambino un estremo benessere come indice di accoglimento e accettazione.

Generalmente la smorfia comunica un senso di felicità, di tristezza, di paura o di disagio, il compito dell’adulto è quello di aiutare il bambino a trasformare la linguaccia o gli occhi storti in parole.

Sarà più semplice per il piccolo compiere questa trasformazione più sofisticata se accanto avrà un genitore che mostrerà una bella e chiara inclinazione nell’esprimere i sentimenti, piacevoli o spiacevoli che siano.

La parola rappresenta per il bambino la conferma del suo universo più interiore, prima si manifesta la smorfia per poi lasciare il posto al linguaggio verbale.

In questo modo il bambino diventa consapevole dei propri stati d’animo che, se accolti con empatia e affetto, possono diventare sinonimo di conoscenza e bellezza.

Tradurre la smorfia in parole può rappresentare per il bambino un modo per cominciare ad affrontare i propri sentimenti con serenità, fin da piccolo, per poi continuare a gestirli con facilità anche da adulto, senza patemi e fatiche eccessive.