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Apprendimento scolastico e iperdiagnosi

AUTRICE: Dott.ssa Ludovica Turchetti

FONTE: Club delle Mamme -MAMMAMAG- (magazine) in data 30/04/2019

Da una delle ultime analisi ISTAT sul territorio italiano sono emersi i dati seguenti: 167.000 casi di dislessia nell’anno 2004 e più attualmente 235.000 casi nell’anno 2014.
Almeno un bambino su dieci per classe risulta essere dislessico.
Cos’è il disturbo specifico nell’apprendimento (DSA)?
Il DSA comprende quattro difficoltà: la dislessia, la discalculia, la disortografia e la disgrafia.
Il bambino dislessico fatica a leggere correttamente, a volte non comprende il testo e quindi non riesce ad elaborarlo.
Il bambino discalculico ha difficoltà a calcolare mentalmente, a imparare le tabelline e a riconoscere le sequenze in senso logico.
La disortografia rappresenta la fatica nell’automatizzare le regole ortografiche, mentre il bambino disgrafico ha difficoltà nello scrivere in maniera fluida e leggibile e nella gestione del foglio di lavoro.
Le cause possibili sono le seguenti: uno sviluppo anomalo dell’emisfero cerebrale dominante, un “minimal brain damage”, cioè un minimo danno delle funzioni cellulari o una semplice ereditarietà famigliare.
Qualsiasi siano le forme di difficoltà e le possibili cause il risultato è che oggigiorno siamo circondati da bambini certificati DSA.
Da qualche anno tanti addetti ai lavori gridano all’eccesso diagnostico.
L’iperdiagnosi generalizzata e’, a parer mio, il risultato della certezza che la certificazione rappresenti la risoluzione del caso, quindi una volta che il bambino viene certificato le sue fatiche scomparirebbero, ma nella stragrande maggioranza dei casi questo purtroppo non accade.
Il bambino che mostra difficoltà più o meno marcate è molto ricorrente e altrettanto ricorrente e repentino è l’iter che lo porta ad una valutazione medica finale.
I nostri social e l’informazione generale sono caratterizzati da un allarmismo ridondante che spazia dagli avvisi piu’ sfumati a quelli più terrificanti, come ad esempio: “Il tuo bambino ancora non parla? Potrebbe essere dislessico”.
I convegni, i seminari e i corsi più all’avanguardia mostrano titoli come: “DSA e scuole dell’infanzia; i segnali predittivi della dislessia alla scuola materna; manifestazioni della dislessia alla scuola primaria e oltre”.
In realtà le fatiche che solitamente vengono elencate rimandano spesso a difficoltà che rappresentano più che altro uno dei passaggi verso il miglioramento e lo stabilizzarsi delle competenze, meglio conosciuto come naturale sviluppo.
Secondo la mia esperienza la vera difficoltà è evidenziata dal momento in cui il bambino è intrappolato nelle sue fatiche scolastiche e non riesce più a stare al passo con i suoi coetanei, maturando un sentimento di rabbia e frustrazione.
Il bambino ha pieno e naturale sviluppo delle competenze scolastiche fino alla terza o quarta elementare, a volte anche oltre, il periodo pregresso funge da tempo e modo personale, senza seguire regole standardizzate, universali e spesso mortificanti.
Ci si puo’ chiedere quali siano gli elementi che portano la classe medica e gli addetti ai lavori in generale ad orientare chi ha bisogno verso la medicalizzazione del bambino.
Viviamo in una società altamente prestazionale, la difficoltà diventa una diversità avvilente, una criticità destinata a incancrenirsi.
Il sistema generale si è indurito, la disinformazione e l’ignoranza prendono il sopravvento, pertanto la superficialità tende a trasformarsi in aridità e disamore.
L’eccesso diagnostico rappresenta, a parer mio, il risultato di un macro-fallimento: l’incapacità di gestire la difficoltà del momento e lo smarrimento della scuola, infatti la funzione pedagogica e formativa sono spesso assenti.
La Legge 170/2010 è nata per tutelare i bambini in difficoltà di fronte all’incapacità di gestire le criticità del singolo nella collettività.
A distanza di quasi dieci anni la società ha ottenuto un esito paradosso: una notevole percentuale dei bambini risulta essere disturbata, o addirittura “patologica”.
Tante volte dinnanzi alle fatiche scolastiche del bambino i genitori risultano confusi e smarriti, si affidano con rassegnazione e con fiducia reverenziale alla strada dell’-etichetta a tutti i costi-, come se rappresentasse la risoluzione magica.
Faccio tanti passi indietro.
Quando ho cominciato ad esercitare la mia professione, nell’anno 1995, la logopedista aveva la funzione di sostenere e soprattutto di alimentare le forze e le capacità esistenti e compensatorie dei bambini in difficoltà.
Le insegnanti si affidavano a noi professioniste e noi a loro, si lavorava in gruppo, con passione e soprattutto pazienza.
Da allora io persevero nel mio intento, ma a fatica, camminando su un terreno di burocrazie e disinformazione.
Oggigiorno la strada è perlopiù sbrigativa, senza attesa e fiducia, si tende alla certificazione che dovrebbe tutelare il bambino, mentre tante volte invece lo si lascia nelle sue fatiche di sempre, immerso in molteplici carte di strumenti compensative e/o dispensativi spesso ignorati e dimenticati.
Da tanti anni sostengo l’idea per cui la condizione ideale sarebbe quella di far leva sulle opportunità, ossia capovolgere il sistema scolastico, giacche’ continua spesso a essere malfunzionante.
Il primo passo potrebbe essere istruire il corpo docente e le famiglie in maniera pertinente e soprattutto mirato e specifico.
Nel corso di tanti anni ho conosciuto tanti insegnanti persi e sfiduciati, nonostante esistesse la certificazione, ma a onore del vero ho conosciuto altrettanti docenti in grado di gestire le situazioni più difficoltose secondo una personale intelligenza emotiva e un sano buon senso.
Ho conosciuto e continuo a conoscere ogni giorno mille fatiche, blocchi, ignoranze, paure degli stessi adulti che dovrebbero invece rappresentare per i bambini la somma certezza.
La certificazione, quindi la diagnosi, non ha quasi mai rappresentato la soluzione, anzi.
Un’ ulteriore dinamica che potrebbe rappresentare un’ipotetica svolta potrebbe essere l’utilizzo generale degli strumenti compensativi (pc, mappe concettuali, calcolatrice, etc.) per tutti i bambini in difficoltà in caso di necessità, senza l’ausilio di valutazioni mediche, semplicemente -a disposizione- della classe.
Mi si potrebbe chiedere. “Perché dici tutte queste sciocchezze?”, e io potrei rispondere: “Perché’ in tanti anni non ho mai sentito dire da una bambino – SONO FELICE DI ESSERE CERTIFICATO DSA-, anzi”.
Il bambino certificato DSA si sente: diverso, stupido, discriminato dai grandi e a volte dai piccoli, inadeguato e mortificato.
Ne nasce sfiducia e disistima.
Per concludere riporto le parole della mamma di una mia piccola e cara paziente. “Ho ritirato l’ennesima certificazione di mia figlia e tra sigle e numeri incomprensibili l’unica cosa che ho compreso è che si perde tempo in misurazioni di abilità intellettive impossibili da capire. L’unica cosa che si riesce ad alimentare è la mortificazione dei ragazzi e dei genitori, nel nome di un concetto di inclusione di cui neanche si ha la consapevolezza, chi ci dovrebbe aiutare risulta privo di abilità e soprattutto umanità”.